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alessio lega: cantapoeta, cantastorie... cantautore?
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[ i nostri autori ]

Georges Brassens, Jacques Brel, Léo Ferré, Allain Leprest, Renaud
e incidentalmente Paul Fort, Luis Aragon, Richard Galliano


LÉO FERRÉ

Il cantore dell’immaginario che si era conquistato la palma di un esilio perpetuo dalla terra spagnola (finché Franco viveva), l’uomo che ha cantato il maggio ‘68 con le parole dei poeti maledetti che lo avevano visto e lo avevano scritto un secolo prima che accadesse. L’iconoclasta, il direttore d’orchestra, il poeta che ha portato la musica nelle strade. L’uomo che ha vissuto trent’anni in Toscana e che il nostro becero paese ha circondato di un silenzio che è doveroso contribuire a spezzare.

GEORGES BRASSENS

Noto e citato come l’unico maestro riconosciuto da De Andrè, icona ignorata nonostante le splendide versioni milanesi di Svampa. Brassens, il libertario capace di far godere di versi tanto perfetti quanto non sottomessi alle regole, tanto equilibrati formalmente quanto irridenti; il maestro senza cattedra e senza lezioni, senza lavagna dei buoni e cattivi, e forse per questo il maestro per antonomasia. Il maestro del pacifismo, della tollerante rivolta. Il maestro che ha insegnato come essere liberi dai maestri.

JACQUES BREL

Fuoco e argento vivo, la canzone che non sembra scritta, che si compone solo di emozione, che è gesto, che è urlo e furore, che non può star ferma nemmeno in quei vecchi dischi. I marinai di Amsterdam come gli dei caduti di un uomo troppo umano. L’urlo del bambino che piange la trappola degli anni, del dover diventare grandi. E allora la fuga, il vortice della musica, la passione della lotta che sul bordo della stupidità della morte troverà Jacques, l’amante che ebbe il talento di non diventar vecchio e di non essere adulto.


Questi i mostri sacri. I cantautori di cui tutti conoscono il nome, ma di cui pochi possono misurare la reale consistenza, vuoi per le barriere linguistiche, vuoi per la poca vendibilità di tutto ciò che non è cantato nella lingua del mercato. Noi ne abbiamo tradotto e adattato parecchie canzoni che nessun altro aveva mai reso disponibili in versioni italiane, fra queste abbiamo scelto quelle che ci parevano più urgenti. Non è però un consuntivo, non è un antologia con un qualche fine di completezza. È un nostro disco, un opera arbitraria e fortemente interpretata: un battito d’ala, un monumento alla vita. Per questo ci pare forte e indispensabile l’idea di aggiungere a quei tre nomi quelli di due artisti in piena attività.

RENAUD

Il Vasco Rossi francese con la coscienza politica di Che Guevara. Nato sulle barricate del maggio 68, nutrito dalla canzoni belle époque che narravano le gesta dei banditi anarchici, anarchico lui stesso, Renaud è riuscito nell’incredibile scopo di portare le posizioni più radicali a un pubblico di milioni di fans. Poeta degli emarginati delle moderne periferie, con una tenerezza priva di pietismi, dipinge ormai da trent’anni un affresco sociale che della cronaca coglie sempre il lato universale, che dalla disperazione continua a distillare il senso del riscatto.

ALLAIN LEPREST

È invece un outsider riverito e stimato dai colleghi come grande poeta della canzone, anche se poco noto al pubblico; ha scritto per Juliette Greco, per Romain Didier, per Enzo Enzo… Folgorante, visionario, abilissimo è il continuatore della scuola del surrealismo impegnato, quella di Luis Aragon, di Desnos, di Prévert. Potente nell’uso della parola, dissacrante, violento e fragile, è quello che i francesi chiamano un écorché vif: un uomo senza pelle, uno della grande famiglia di Piero Ciampi e di Rimbaud.